Il presidente della sezione calcio della S. S. Lazio, Claudio Lotito, deve essere stato travolto ieri da mille impegni – tra cui quello di negare al Corriere dello Sport-Stadio l’accesso alla conferenza stampa di Floccari – finendo così per dimenticarsi del centodecimo compleanno di quel patrimonio d’amore, sincerità, schiettezza, classe, che è il biancoceleste. Neppure una parola, magari un augurio, non speravamo un cin cin, prima di raccontare quanto fosse stato bravo a farsi prestare il centravanti genoano; ma neppure un appuntamento organizzato per oggi, qualcosa che testimoni e testimoniasse la presenza della sezione più popolare. Peccato, perché non c’è appassionato, che non sappia e non sia felice di andare incontro alla propria storia. Per fortuna, ma non c’erano dubbi, a celebrare degnamente il club ci penseranno la Polisportiva e come sempre i tifosi, con due feste che attraverseranno la giornata: una lunga cometa colorata, bianco e celeste, per far risplendere i campioni, i simboli, i testimoni. Già, campioni, testimoni, simboli: sono le figure e le parole che hanno accompagnato, quasi sempre…, la storia della Lazio. Totem che non sarà possibile rimuovere: forse da una scrivania o da un piedistallo, non dal cuore di chi ha l’unico interesse di partecipare, vivere, confrontarsi, discutere, scontrarsi. In una parola, essere.
La Lazio d’altronde ha deciso di essere se stessa – con le sue superbe contraddizioni, con il suo filo di lucidissima follia, con i suoi pensieri che vanno sempre a mille, con la dolcezza di guardare alle proprie debolezze più ancora che alla sua grandezza – ha deciso, dicevamo, di essere sempre se stessa; incurante di chi ha provato, in questi 110 anni, a ridurre la sua esistenza ad un risultato, una salvezza, addirittura a uno scudetto, a una coppa internazionale. Ad un bilancio fatto di cifre e non di brividi, a uno slogan per riempire il suono e non il cuore, a momenti che solo chi ha vissuto può davvero raccontare. C’è tutto nella storia della Lazio, la gioia e il pianto, la disperazione e l’estasi, la vittoria e la paura. E c’è il dolore fisico, provato da chi c’era e dunque non è più un ragazzo quel giorno del ’75: sì, trentacinque anni fa, quando il Torino vinse in casa della Lazio, cinque a uno, passeggiando sui pensieri di chi sapeva – con un tam tam che viaggiava sulle onde della passione – che Tommaso Maestrelli era stato ricoverato d’urgenza in ospedale. Il custode, il padre, dello scudetto, il primo, che non si scorda mai.
Ma c’è tutto nella storia della Lazio, anche il cuore in gola dei giovani di oggi, che in perfetta linea con il diagramma pazzo dell’esistenza biancoceleste – hanno vissuto uno scudetto in differita, con la pioggia che annaffiava il campo di Perugia e le lacrime – un cocktail di gioia e di champagne – che scendevano all’Olimpico. In curva, in campo ed in tribuna, dove c’erano tutti, i tifosi veri.
E’ questa Lazio che continueremo a raccontare, sempre e comunque, nella speranza che a Formello – insieme al ritorno di campioni, testimoni e simboli – la gente possa andare nuovamente a festeggiare. Con un presidente capace finalmente di parlare al cuore della gente. Una società che non perda per strada i suoi migliori giocatori. Un allenatore che dopo mesi di silenzi, all’alba di un successo non scarichi tutto il suo risentimento sul nuovo beniamino dei tifosi; qualcuno che capisca cosa significa il confronto. Lotito, come ci ha ripetuto ieri, sa anche di sentimenti e religione. Parli dunque col suo popolo. La Lazio, sportivamente, fa miracoli. Vedrà che, magari, saranno in tanti a perdonarlo.
Ps: come detto, l’esclusione da Formello, per noi non cambia nulla. Continueremo a seguire la Lazio di Lotito senza pregiudizi e senza fare sconti. D’altronde è questo il compito di chi fa informazione. Ed è l’atteggiamento che abbiamo sempre seguito, finendo per avere un confronto serrato (per la verità molto più duro) anche con il Milan di Galliani, l’Inter di Moratti, la Roma della Sensi, la Fiorentina dei fratelli Della Valle, il Napoli di De Laurentiis. Visto che la medaglia ha sempre e al massimo due facce, solo una volta ci era però già capitato di essere allontanati dagli allenamenti. Dalla Juve di Giraudo e Moggi.
Alessandro Vocalelli
Fonte: corrieredellosport.it
