Ricatti, scommesse, amicizie pericolose, legami di sangue e di affari con i clan: il caso strano di Beppe Sculli, trasversale a numerose inchieste penali, ma mai nemmeno ascoltato da una procura. Svista o tattica? Sculli era andato vicino all’arresto il 28 maggio nel blitz che ha condotto in carcere Mauri e Milanetto e consegnato un avviso di garanzia in quel di Coverciano, ma l’unico ordine non firmato dal gip di Cremona Salvini fu proprio il suo. Però c’era anche Sculli all’Osteria del Coccio insieme a Criscito, a pregiudicati ed estremisti della curva. In contesto sportivo, invece, ieri è arrivato un mese di squalifica (nel 2001/02 aveva già preso 8 mesi per una combine) in relazione a Genoa-Siena del 22 aprile, la partita delle magliette sfilate. Non è un caso se la Disciplinare ha sanzionato l’unico genoano che la maglia non se l’è tolta: Sculli paga il legame con le frange più estreme della tifoseria, un ruolo di mediatore che ha praticato non solo in quell’occasione. E che gli ha conferito lo «status» di indagato perenne, per il quale è relegato al limbo tra Lazio e Genoa, i due club che se lo sono palleggiato per due anni e che ora non vogliono più saperne di lui. Sculli è una patata bollente: indagato a Cremona per Lazio-Genoa, poi per le telefonate che scottano con l’albanese Altic e l’ultrà Leopizzi. Parte dei faldoni sono passati a Genova per l’inchiesta sul derby, ma quella è stata archiviata.
Corriere della Sera
