Se non è l’ultima chiamata poco ci manca. Salvo ripensamenti, domani col Genoa Felipe Anderson tornerà titolare. Sarà lui a completare il tridente offensivo della Lazio, per il resto composto da Candreva e Klose. Sarà l’ennesima chance concessa da Petkovic al talento brasiliano che finora – a parte qualche sprazzo di classe qua e là – non ha ancora conquistato il mondo laziale.
Scusate il ritardo
Era destino, evidentemente, che il suo inserimento nel pianeta biancoceleste dovesse procedere lentamente. Lo si era capito già dalla estenuante trattativa per strapparlo al Santos e portarlo a Roma. Una operazione programmata per lo scorso gennaio, poi rinviata a giugno, quando però ci è voluta tutta la pazienza del d.s. Tare per chiudere quella che, a un certo punto, era più una telenovela che una trattativa di mercato. Poi, una volta concluso positivamente il trasferimento in biancoceleste, ecco un’altra telenovela: la guarigione dall’infortunio alla caviglia destra (distorsione con interessamento dei legamenti). Infortunio che Anderson si era procurato in una delle ultime uscite con la sua ex squadra e che, in un primo momento, sembrava solo dover ritardare di poco l’inizio della sua preparazione. E invece Anderson ha trascorso l’intera estate tra palestra e fisioterapia, perché quella maledetta caviglia non ne voleva proprio sapere di rimettersi a posto. Così mentre i suoi nuovi compagni giocavano le amichevoli e pure le prime partite ufficiali, Anderson era costretto a mordere il freno. Petkovic lo ha sganciato appena ha potuto, anche se l’ex Santos non era neppure al 30-40 % della condizione. Una scelta che, col senno di poi, può essere giudicata negativamente, ma alla quale non c’erano alternative. Perché per entrare in forma Anderson aveva (ed ha) bisogno di giocare.
Il decollo
Il problema è che tutti, dai suoi nuovi tifosi agli osservatori, si aspettano subito da lui giocate degne dell’investimento fatto dalla Lazio per averlo: 9 milioni, il terzo più alto (dopo Zarate ed Hernanes) dell’era Lotito. Giocate che finora si sono solo intraviste, anzi intuite. Molto bella, per esempio, quella con cui, contro il Cagliari, il brasiliano aveva servito a Perea la palla del possibile 3-0 (finita poi sul palo). Ad Anderson è però finora mancata la continuità e la forza necessaria per accendere la sua avventura italiana. Chi lo sta seguendo da vicino in allenamento è convinto che presto troverà l’una e l’altra e che la Lazio si ritroverà a disposizione un talento puro e decisivo per le sue sorti a medio e lungo termine. Però prima arriva questo decollo e meglio è. Perché le lunghe attese non fanno bene a nessuno. Rischiano di scalfire l’autostima e la fiducia altrui. Anderson lo sa ed è per questo che, già domani contro il Genoa, vuole cominciare a lasciare i primi segni tangibili della sua avventura laziale.
Stefano Cieri
Gazzetta dello Sport
