Un padre, più o meno coetaneo di Chinaglia, con la maglia numero 9 (originale) di Long John tiene per mano il figlio che invece indossa la maglia di Lulic col numero 71. La Lazio di ieri e quella di oggi, il mito eterno e l’eroe del momento. E’ l’immagine più evocativa di un pomeriggio bello e triste al tempo stesso. Cominciato alla Chiesa del Cristo re in viale Mazzini e continuato al cimitero di Prima Porta, presso la cappella della famiglia Maestrelli. La Roma laziale ha riabbracciato il suo simbolo, l’uomo che più di tutti ha incarnato la lazialità. E che ora è di nuovo in mezzo alla sua gente. E’ scomparso un anno e mezzo fa, Giorgione. Ma è come se solo ora che è tornato a casa sua, possa davvero riposare in pace. Ci è voluta tutta la testardaggine di Pino Wilson e Giancarlo Oddi e degli eroi del 74, per rendere possibile un sogno che pareva essere diventato un’utopia: riportare il campione in Italia.
I ricordi
Sono stati loro a «scortare» il feretro di Chinaglia verso la cappella della famiglia Maestrelli a Prima Porta. Con un senso quasi di sollevazione, perché come ha sottolineato Wilson «oggi c’è molta meno tristezza di un anno e mezzo fa». Già, adesso i tifosi laziali hanno una tomba su cui piangere Long John e il Maestro. E i più felici sono coloro che dovrebbero esserlo meno: i figli di Giorgio e la prima moglie che vivono negli Usa. E felici sono anche i tanti amici americani di Giorgio, perché sanno che questo era il suo desiderio. Uno di loro, Charlie Stillitano, lo ha ricordato al termine della cerimonia funebre. Un ricordo per nulla convenzionale, pieno di aneddoti ed episodi divertenti. Long John, da Lassù, avrà apprezzato.
Stefano Cieri
Gazzetta dello Sport
