Lazio, Roma e Juve sono spa, società per azioni, sottoposte a regole e controlli perché sono sul mercato. Hanno un padrone, degli azionisti, uno statuto e degli obiettivi. Ma tutti i club sono soprattutto delle spe, società per emozioni, quindi appartengono emotivamente e storicamente ai loro tifosi. Tifo Lazio da mezzo secolo. L’ho seguita in serie B, quando rischiavamo la C e quando dominavamo in Italia ed in Europa. Ho visto match memorabili, mediocri, fortunati, o disgraziati. Ho tifato per formazioni della Lazio senza campioni e per i dream team degli anni 70 e 90. Finora non mi era mai passato per la testa di mancare ad un match. Quando è successo, dietro c’era un malanno, un lutto, o un impegno di lavoro. Come tutti i tifosi vorrei un team attrezzato per obiettivi da sogno. Non mi priverei mai dei campioni e vorrei che le nostre fossero campagne acquisti tipo Barça o Real. Ma così non è, né può essere. Non mi piace la visione padronale della società biancoceleste. Senza i tifosi, che sono il cuore della Lazio, non si va lontano. Ma non dimentico neppure che solo qualche anno fa eravamo a rischio estinzione. Manifestare civilmente è un fondamentale diritto costituzionale. Ma riempire, una tantum, l’Olimpico non per tifare per la squadra, ma per protestare contro i vertici societari, mi sembra puro tafazzismo. Sono talmente stravagante da sperare che, prima o poi, tra società e tifosi, si aprirà un dialogo che ci riporti alla necessaria unità. La nostra comunità divisa ci rende più deboli, come non bastassero le evidenti lacune di un team che si fa battere anche da vere e proprie carneadi in patria e a livello continentale. Confesso che mi sto disamorando, anche se la Lazio fa parte del mio dna. Non voglio assistere a uno scontro fratricida. Spero che batteremo il Sassuolo, ma all’Olimpico non ci sarò.
Clemente Mimun
Il Messaggero
