Lazio, l’ascesa del poliglotta Petkovic

Il signor Nessuno adesso è qualcuno. Vladimir Petkovic porta la Lazio al terzo posto e allontana un’altra volta il mormorio degli scettici. Li aveva già zittiti una prima volta con l’inizio di campionato a razzo, tre vittorie su tre partite che erano servite a allontanare i malumori d’un precampionato pieno d’imbarazzi e sconfitte in amichevole. E l’ha fatto una seconda volta dopo che i due rovesci consecutivi patiti all’Olimpico contro il Genoa e al San Paolo contro il Napoli pareva avessero precocemente gelato gli entusiasmi. Invece sono arrivati gli altri due successi contro Siena e Pescara, e nell’ex Coppa Uefa il buon pari a White Hart Lane contro il Tottenham e la successiva vittoria contro il Maribor che ha proiettato la Lazio in testa al girone di Europa League. Tutto quanto governato con massima flemma, nella piazza più bollente d’Italia. Praticamente un marziano, e non certo nel senso inteso dall’argentino José Alberti, agente Fifa e mediatore internazionale di calciatori. Che la sera della scoppola subìta dalla Lazio a Napoli insolentì il tecnico biancazzurro come certo mai avrebbe osato fare con professionisti della panchina dotati d’altra aura mediatica: «La partita fra Napoli e Lazio ha dimostrato chiaramente che Petkovic non è adatto ad allenare la Lazio. Sembra un allenatore venuto da Marte. Come si possono lasciare venti metri di spazio fissi a Cavani?». Era il 26 settembre e in quelle stesse ore si celebrava il «gesto di fair play» di Klose, che aveva ammesso d’aver segnato un gol di mano solo dopo essere stato quasi aggredito fisicamente dagli avversari e aver certo meditato sul possibile crollo dell’immagine personale. In quel momento la posizione di Petkovic pareva tornata fragile abbastanza da consentire a un sensale di pedatori la libertà di tiro al bersaglio. E invece proprio a partire da quella sera Vladimir Petkovic da Sarajevo ha dimostrato di venire da Marte in un altro senso. Perché continuando a confidare nell’unica dote che gli ha sempre fatto da bussola, il culto del lavoro, ha rimesso in rotta la Lazio portandola in zona Champions League. Continuando a mostrare una flemma che gli viene da un innato spirito cosmopolita, testimoniato dalle 8 lingue correttamente parlate e dai tre passaporti (bosniaco, croato e svizzero) di cui è in possesso, e soprattutto da un carattere temprato da tragedie al cui confronto le tensioni calcistiche sono acqua fresca. Su tutte, l’addio definitivo a Sarajevo nel 1989 a causa della guerra civile. Petkovic aveva 26 anni, e da due giocava in Svizzera come centrocampista di buone qualità tecniche. Lì la sua vita è ripartita, fra calcio e impegno sociale. Oltre a giocare per Coira, Bellinzona e Locarno svolge per cinque anni attività da magazziniere presso la Caritas di Giuriasco. Inizia a allenare a Bellinzona quando ancora non ha smesso di giocare, nel 1997-98. E la sua carriera da allenatore si svolge tutta in Svizzera (tranne la breve parentesi in Turchia a Samsunspor) fino alla scorsa estate. Quando Claudio Lotito lo strappa al Sion, squadra che si era appena salvata ai play out nonostante una penalizzazione-monstre di 36 punti per aver violato la clausola compromissoria portando in tribunale l’Uefa. Per poche settimane non s’incrocia con Gennaro Gattuso, che della squadra svizzera è adesso il capitano. Con un curriculum così, in una piazza come Roma la diffidenza è d’ufficio. Invece l’uomo di Sarajevo smentisce tutti coi risultati. E al di là dei modi garbati mostra di saper usare il pugno di ferro contro l’indisciplina, come dimostra l’esclusione di Zarate dalla trasferta di ieri a Pescara. La Lazio vola, e Petkovic fa passerella nel dopogara a Sky Sport affermando che per lui la vera scuola calcistica è stata proprio la Svizzera. Col suo mix di calcio italiano-tedesco-francese. Un’espressione di ricchezza e felice contaminazione. A sentir dire questo l’ilare Ilaria ridacchia in studio assieme alla muta di cicisbei. Proprio un marziano, in questa penosa Italia del pallone.

Pippo Russo

Pubblico

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