Ora chiamatelo «Mito» Klose, il pescatore di gol. Per sempre. ll guizzo che ha permesso alla Germania di salvare la pelle contro un ottimo Ghana, gli vale il gol numero settanta con la maglia della nazionale tedesca, il quindicesimo nella fase finale di un mondiale. Agguantato Ronaldo il fenomeno, quello brasiliano per intenderci, tanta voglia di sorpasso già dal prossimo impegno dei bianchi contro gli Usa. Dodici anni, dalla tripletta all’Arabia Saudita fino alla spaccata chirurgica dell’altra sera. In due settimane è diventato il cannoniere più prolifico nella storia della Germania e del Mondiale: due record per il centravanti della Lazio che lo fanno entrare nella storia. Ha applaudito la moglie Sylwia, innamorata di Roma, hanno esultato i gemellini di dieci anni Luan e Noah che stanno tirando i primi calci al pallone nelle giovanili biancocelesti. Lui, schivo come sempre, non si è lasciato andare a frasi ad effetto, ha solo in mente la prossima partita per isolarsi sulla vetta del mondo dei bomber.
Eppure tra i laziali in questo momento non gode di buona fama. Poche apparizioni nell’ultima stagione quasi avesse usato il club biancoceleste per preparare l’evento dell’altra sera: il gol dei gol, quello che lo ha reso leggenda del calcio. Non sono piaciuti i tanti infortuni che hanno segnato questi tre anni di soggiorno romano, troppi stop fisici e corse notturne a Monaco di Baviera a farsi visitare dal medico personale, Muller Wolfhart, troppe volte si è chiamato fuori anche in questo campionato quando la barca stava affondando nell’anonimato di centroclassifica. E così anche il rinnovo di contratto non è stato ben visto dai sostenitori laziali (sono troppi due milioni per un vecchietto di 36 anni, il commento più tenero) salvo poi ieri tempestare i social network pieni d’orgoglio per avere nella propria squadra un giocatore di valore mondiale. In questa stagione solo sette gol in campionato più uno in Europa League, qualche prestazione da campione per sole 29 presenze complessive. E così anche l’uomo che aveva segnato al 93° nel derby facendo tornare la Lazio a vincere contro la Roma dopo un’incredibile serie negativa, era diventato un peso tanto che Lotito aveva ricevuto molte critiche al momento della conferma. Il progetto è chiaro, un’altra stagione in campo, poi dietro la scrivania se Miro dovesse scegliere di fermarsi a Roma. In cento partite con la maglia biancoceleste ha segnato 40 reti e si è guadagnato l’ammirazione dello spogliatoio che ha tollerato anche quelle colpevole assenze. Per capire quanto valga Klose per la Lazio è sufficente ascoltare le parole del giovane Keita: «Miro è un esempio, ci aiuta a capire i movimenti che deve fare un attaccante, è sempre disponibile». Anche Perea e Tounkara lo studiano per carpirne i segreti. E il diesse Tare è convinto che, una volta lasciata la nazionale tra qualche settimana, potrà dedicarsi anima e corpo alla Lazio. Un anno da protagonista, da cannoniere vero qual è per zittire le cassandre che lo hanno dato per finito troppo presto. L’uomo che raccoglie i palloni a fine allenamento, li mette nel sacco come l’ultimo dei magazzinieri, che si immerge in una vasca gelata al termine di ogni seduta di lavoro, l’uomo che parla solo con i gol, è pronto per battere Ronaldo e diventare il miglior cecchino dei Mondiali. Sarebbe un traguardo straordinario, Miro sogna di continuare a fare capriole per la Germania e poi, si spera, per la Lazio. Djordjevic è avvisato, re Klose non vuole abdicare.
Luigi Salomone
Il Tempo
