Se è vero che le squadre sono dell’amore di chi le vive, ieri, con la scomparsa di Aldo Donati, la Lazio ha perso una colonna portante della propria storia. Era lui che con fierezza faceva sapere al mondo «quanto è bello esse laziali», era lui che rappresentava il carattere dei tifosi biancocelesti: Aldo era «l’impasto de forza e volontà», e aveva un cuore «come nessuno c’ha». La società biancoceleste ha voluto onorarne la memoria pubblicando un comunicato sul proprio sito ufficiale e scendendo in campo con il lutto al braccio nella gara contro il Bassano.
L’artista
Morto ieri dopo cinque anni di coma, Donati era però molto più di un semplice tifoso: artista a tutto tondo, ha fatto della romanità non solo un vanto ma anche il suo cavallo di battaglia. Nel 1978 recitò al teatro Sistina in Rugantino, insieme ad Aldo Fabrizi ed Enrico Montesano. In carriera, oltre al quarto posto a Sanremo raggiunto con «Canterò, canterò, canterò», vanta collaborazioni con Mina e Gianni Morandi. Nel 2003 tornò a Sanremo duettando con Iva Zanicchi in «Fossi un tango». Ha composto anche «Canzoni stonate», resa celebre proprio da Mina e da Morandi e che lui stesso ha cantato in spagnolo in coppia con Stevie Wonder.
Il tifoso
In occasione del centenario della Lazio, Donati partecipò alla stesura dell’inno «Cent’anni insieme». Per i tifosi laziali (e quindi probabilmente anche per lui) la sua più bella creatura resta però «Inno alla Lazio So’ già du’ ore», con la quale descrive l’attesa alle partite. E allora, quando all’Olimpico ora si canterà l’inno, lassù vicino al «Maestro», a guardare le partite della Lazio ora ci sarà anche Aldo, tifoso e cantore di due colori che per lui significavano amore.
ELMAR BERGONZINI
Gazzetta dello Sport
