In Champions ci si va con i campioni

La sconfitta di Catania è stata peggiore di quella col Chievo. Al di là del punteggio e del rigore sbagliato. La Lazio delle ultime due stagioni è, infatti, squadra imprevedibile, tendente al brutto, quindi inaffidabile. E allora è facile che incassi due gol nel giro di un minuto e perda una partita che sulla carta, dopo quattro vittorie di fila, sembrava una formalità, con l’Europa ancora nel mirino. Ma a Catania ci si aspettava una reazione immediata, intelligente: pressing, copertura assidua e contropiede nei preferiti spazi larghi. E’ arrivata invece una prestazione senz’anima, rinunciataria per un tempo, distratta, poi velleitaria. E sconsiderata nel balletto del rigore: impensabile che una squadra professionistica non abbia una gerarchia di tiratori, che non ci si alleni quotidianamente e con professionalità ad affrontare uno dei momenti topici del gioco del pallone.
Essersi arresi in questo modo chiama pesantemente in ballo i giocatori: dai più rappresentativi, incapaci di infondere fiducia e mordente ai compagni, ai cosiddetti gregari che steccano ormai regolarmente, ogniqualvolta il tecnico offre loro l’occasione di riprendere il treno. Rossi, a sua volta, non sta vivendo un momento di scelte felici: la squadra regge se gioca con gli undici che stanno meglio fisicamente, ma è bastato averne perso uno solo, Matuzalem, non dieci, per ritrovarsi con gli irrisolvibili problemi di prima. Così è andato praticamente in archivio anche questo campionato: restano il derby e le speranze aritmetiche dei tifosi meno realisti. La coppa Italia va da sé: vale solo se la si vince. Difficile? Dite voi.
Ma la verità è che la ricostruzione va avviata ora. E sarà l’ennesima della gestione Lotito. Dei contratti da fare o da rinnovare a chi è già a Formello sapete tutto: un giorno è quasi fatta, il giorno dopo è di là da venire. Basta il sospiro di un procuratore, tanto Lotito parla solo di stadio. A lui, che capisce di calcio e non parla di pallone, va ribadita una verità che è sotto gli occhi di tutti: se il Genoa andrà in Champions sarà per i gol di Milito e per l’accurata programmazione, se ci andrà la Fiorentina sarà perché ha in squadra Frey, Gilardino e Mutu. Non conta avere in rosa 40 giocatori senza personalità. La differenza la fanno sempre organizzazione societaria, osservatori, ingaggi adeguati. Poi ci sono gli Ibrahimovic, i Buffon, i Kakà. Ma questo è un calcio che con la Lazio non c’entra più.

Fonte: Il Messaggero

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