«Ho visto Chiara, per lei niente sconti»

Per dare la giusta misura alle cose, per ricordarci che la vita di una persona, di più se parliamo di una donna, andrebbe difesa sempre, a poche ore dal derby pubblichiamo volentieri la lettera che Marta Bonafoni ha affidato alla prima pagina della cronaca di Roma del Corriere della Sera. Marta racconta il suo incontro con Chiara, la ragazza che un “gentiluomo” di nome Maurizio ha tentato di uccidere, fortunatamente – l'avverbio vale soprattutto per lui che così evita la condanna per omicidio volontario con l'aggravente della premeditazione – senza riuscirci. Se quella di Chiara Insidioso sia ancora una vita degna non ci permettiamo di dirlo, solo Qualcuno più in alto di noi che lo sa, ma queste righe meritano grande attenzione e rispetto, perché un intero ramo familiare è stato preso a calci da chi, probabilmente, tra sconti e buona condotta tra meno di 10 anni rivedrà la luce del sole. Grazie Marta e a Chiara e a tutti i suoi affetti un grande abbraccio, Non Mollate Mai.


 

H o conosciuto Chiara, e quella sentenza mi fa male. Sono andata a trovarla nella sua stanza al Santa Lucia, sull’Ardeatina. Sul lato del letto, al muro, tante foto: la Lazio, il suo cane Molly, sua cugina. Quando la vedo è su una sedia a rotelle. La prima cosa che penso è che mai l’avrei riconosciuta dalle foto sui giornali. È diversa. Taglio colore e consistenza dei capelli: prima biondi, lunghi, morbidi nelle immagini tv. Ora castani, corti, duri. Gli occhi erano luminosi e felici, ora sembrano occhi di bambola. Stanchi, perché Chiara oggi in palestra l’hanno fatta lavorare. Su e giù col braccio diverse volte. Per noi sarebbe una sciocchezza, ma Chiara è immobile da troppo tempo. «Chiara è morta anzi lui l’ha uccisa due volte», mi dice la zia Antonella. Quando l’ha ridotta così: prima strangolata, poi sbattuta con la testa al muro, poi infierito sul suo capo a calci. E poi quando le ha lasciato una coscienza. Chiara capisce tutto. Piange. Le scendono lacrime silenziose e lente.
Davanti a me il papà, Maurizio, la esorta con successo a stringere il suo peluche (Molly), che tiene sulle gambe, insieme a una marea di altre cose: un cuscino, un telo per non sentire freddo, i tubi dei vari sondini. Le sue dita sono minuscole, sulle unghie smalto celeste. Sul viso ha delle bollicine rosse. Papà Maurizio viene qui tutti i giorni, ha gli occhi larghi e opachi di chi non dorme.
Chiara sul braccio sinistro ha un tatuaggio. La lettera Emme. Non di Maurizio il papà. Emme come l’altro Maurizio. Lui. Che ci ha messo nove ore per «ammazzarla», quando ha scoperto che si scambiava dei messaggi con un suo amico. Che poi già più di una volta era stato denunciato dal papà di Chiara perché la maltrattava. Ma Chiara era maggiorenne (ha compiuto vent’anni a dicembre) dicevano che era lei a decidere. E nessuno ha dato peso a quel suo piccolo ritardo che la seguiva dalla nascita. Dicono i medici che Chiara non ricorda il momento della sua morte. Quelli come lei rimuovono il trauma. Però Antonella è convinta che quel gesto con la mano, che spesso è dritta come a parare un colpo, sia perché lei ancora tenta di difendersi. Quel giorno non ce l’ha fatta. Ha fatto un solo squillo sul telefono del padre prima di morire Chiara. Dice proprio così Antonella, «prima di morire». Non tornerà più quella di prima, non camminerà. A casa ci saranno da fare i lavori per le nuove necessità, e bisognerà avere un infermiere. E chi pagherà? A quello avevano dato 20 anni di carcere, ora è anche arrivato lo sconto. Ma risulta nullatenente, zero euro di risarcimento. Il dopo è per papà Maurizio un incubo peggio dell’oggi, al punto che arriva a desiderare che Chiara se ne fosse andata e basta. Chiedo a lui il permesso di farle una carezza. Ha la pelle liscissima. Apre gli occhi. Sembra che mi guardi come a dire chi sei?, non ti conosco. Ma è più curiosa che infastidita. Almeno così voglio pensare. Piacere Chiara. Conoscerti è stato forte.

 

Marta Bonafoni

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