EDITORIALE – Così la Lazio sta morendo

Vorrei iniziare parlando della bella vittoria ottenuta dalla Lazio contro il Verona, un risultato importante per il morale della squadra, in particolar modo di alcuni calciatori che stavano vivendo un periodo difficile. Contro gli scaligeri infatti si sono messi in luce alcuni tra i calciatori che più stanno faticando in questa stagione, come Felipe Anderson, Cataldi e Klose, capaci di ritagliarsi un ruolo da protagonisti nel momento in cui è stata data loro l’opportunità. Il brasiliano ha dimostrato già dall’inizio del match di essere sceso in campo con un’altra testa, determinato e convinto dei propri mezzi. I risultati si sono visti, non solo per il gol, ma anche per il “body language”, che ha trasmesso sensazioni importanti. Cataldi è stato protagonista con due assist, ma soprattutto è cresciuto nel corso del match e forse si è scrollato di dosso le difficoltà vissute nella prima parte della stagione, quando il ruolo di vice Biglia gli ha forse messo troppa pressione. Un errore quello commesso da Pioli, che aveva accantonato il 4-3-3 mettendolo così da parte e facendogli perdere certezze. Infine Klose, che appena entrato, come sempre ha dato tutto servendo l’assist a Keita nel gol che ha chiuso la partita.

 

Purtroppo però non posso scrivere il mio pensiero su Lazio-Verona senza pensare alle immagini desolanti degli spalti dell’Olimpico praticamente vuoti. Alcuni settori erano chiusi per la squalifica inflitta per i “buu” a Koulibaly, ma anche gli altri ovviamente non erano pieni, per un clima dimesso, irreale, lontanissimo da quello che dovrebbe esserci in uno stadio, soprattutto in una città passionale come Roma. Ho visto la partita attraverso la tv inglese, BT Sport, che al termine del primo tempo, ma anche nel momento in cui rientravano le squadre in campo, non inquadrava la Nord vuota, ma inseriva un’immagine della Curva Nord presa da una gara serale di alcuni anni fa. Un modo forse per portare il telespettatore a soffermarsi sul match senza cambiare canale. Immaginatevelo un tifoso inglese, abituato a certi ambienti, mentre cambia canale e si ritrova una partita in uno stadio vuoto. Secondo voi resta a guardare il match? Sinceramente non credo che mi soffermerei su una partita di un campionato straniero con uno stadio completamente vuoto.

 

Mi sono chiesto spesso come possa un bambino legarsi oggi alla SS Lazio. Ricordo quando mio padre mi portò allo stadio, all’età di 7 anni, per vedere Lazio-Genoa nel finale della stagione 1987/88. La squadra biancoceleste era in Serie B e si trovava in lotta per risalire in Serie A. Fu una gara difficile e combattuta, con il gol di Gregucci al 90’ e mio padre che mi prese in braccio per esultare. Ero al centro del mondo, non soltanto per quel gesto paterno, ma anche per l’ambiente attorno a me. In fin dei conti non nascondo che della partita non capivo molto, ero più affascinato dal pubblico che dal gesto tecnico in sé. Mi giravo a guardare le bandiere, le sciarpe, i colori, uno stadio pieno, carico, caloroso. All’interno non c’era spazio per proteste nei confronti della società, cori di contestazione, fischi, insulti e nemmeno alcuna manifestazione politica. Mai nella mia vita avevo visto tanta gente e questo mi conquistò, così non importava se la Lazio fosse in Serie B: ormai ero conquistato. Andai a vedere tutte le sfide successive di quel finale di stagione, insistevo per farlo e ricordo la fantastica festa promozione. Ora, provo a immedesimarmi nel bambino di oggi, che va a vedere la Lazio in Serie A. Non c’è il pubblico, poche bandiere e sciarpe, pochi colori e tanta freddezza, con pochi cori “pro” e tanti contro, con la gente all’interno depressa per anni di mediocrità, disamorata. In questa situazione mi sarei mai innamorato della Lazio? Avrei chiesto a mio padre di portarmi alla partita successiva, quella contro il Sassuolo? La risposta? Ovviamente è negativa.

 

Il problema sono le barriere, Lotito, oppure entrambe le cose? Sicuramente in questa stagione si sta toccando il punto più basso della storia laziale, da un certo punto di vista anche maggiore rispetto a una retrocessione o al calcio scommesse. Già, perché in quel periodo il tifoso laziale era comunque orgoglioso dei propri colori, seguiva con affetto la squadra, cosa che non fa oggi, dove il disamore è enorme. Non basta far volare un’aquila durante l’inno per dare un senso di appartenenza, ma serve ben altro. Il timore del sottoscritto è che tra qualche anno la Lazio pagherà questi anni bui, quando si scoprirà il bambino di oggi e potenziale tifoso di domani, non è riuscito a innamorarsi e ha scelto un’altra squadra o un altro sport. La società biancoceleste rischia tra 10 o 20 anni di ritrovarsi senza una generazione, abbandonata, sola. E senza tifosi una squadra di calcio non è nulla: muore. La storia futura della Lazio è in pericolo e ci auguriamo che qualcuno lo capisca prima che sia troppo tardi, a meno che non ci sia un progetto simile a quello torinese, di una città con una sola “grande” squadra.

 

Giorgio Capodaglio

 

Lazio Family

Condividi

Facebook
Twitter
LinkedIn
WhatsApp

Leggi anche

Agosto 25, 2026
-
Valerio La Torre
ATLETICA LEGGERA 🏃 – L’Arrampicata 8,850 km – Tolfa (Roma)3° (3) Adolfo...
Agosto 22, 2026
-
Redazione
Dopo tanta fatica e una serie consistente di no, la Lazio ha...

Iscriviti alla newsletter e rimani aggiornato sulle ultime news

Lazio Live
La storia siamo noi
L’Almanacco
Lazio Wiki
Richiedi la tua
tessera GRATUITA