Ora è rimasto solo soletto, Lorenzo De Silvestri. Dopo l’addio di Fabio Firmani è lui l’ultimo romano a far parte della Lazio. Un peso difficile da sopportare secondo alcuni, un vanto e un orgoglio per altri, soprattutto per chi, come lui, è cresciuto nel vivaio biancoceleste fino ad approdare in prima squadra. «Sarebbe fantastico un giorno vederlo con la fascia di capitano», ha detto Massimo Piscedda, ex giocatore della Lazio e adesso ct dell’Under 19. «Un peccato non vedere romani nella Lazio e pensare che a Roma e nella regione di giocatori bravi ce ne sono tantissimi. Andatevi a vedere quanti ne giocano in serie A. Devo dire che non è semplice per un ragazzo nato nella capitale giocare nella Lazio. Ai miei tempi se avessi perso 4-1 in casa con il Cagliari, sarei rimasto chiuso in casa per quattro giorni, ma è anche vero che la partita successiva in campo avrei tirato fuori tutto. Il rapporto con l’ambiente, comunque, non è semplice». Già perché è sempre stata una storia assai difficile e complicata per i calciatori nati nella capitale o nella regione indossare la casacca della Lazio. E pensare che diversi anni fa era una consuetudine che, via via, si è persa e non se ne conosce il motivo. O meglio, la spiegazione più semplice andrebbe ricercata nelle carenze del settore giovanile. E’ il parere di Giancarlo Oddi: «Uno dei motivi è anche quello, se non il principale. Fa quasi rabbia vedere che dall’altra parte ce ne sono diversi e bravi. Loro hanno lavorato meglio, ma so che da noi sta cambiando qualcosa e ci sono ragazzi forti. Speriamo, sarebbe ora di vedere tanti ragazzi nati a Roma giocare con i colori laziali. Ti dà quel qualcosa in più».
Andando indietro con gli anni si nota chiaramente che i romani erano lo zoccolo duro della formazione. Basti pensare che nella stagione ’84-85 erano ben otto in rosa e con nomi pesanti. Giordano, Manfredonia, D’Amico e Calisti, così per citarne alcuni e per far capire di cosa si sta parlando. Ragazzi nati e cresciuti nel club: era un piacere vederli giocare e correre ogni domenica sui campi di serie A. Ma in quella squadra c’era anche un altro bel baluardo come Fernando Orsi che per anni ha difeso la porta della Lazio. Qualche anno dopo, precisamente nella stagione ’88-89, la tradizione proseguiva: vennero su fior di talenti come Di Canio, Piscedda, Rizzolo e Fiori. Magari, non era una formazione che lottava per traguardi importanti, come la qualificazione alle coppe europee, ad esempio, ma i tifosi erano contenti e fieri dei loro “ragazzi”. E se si va avanti si scopre che i romani, bene o male, ci sono sempre stati. Con Cragnotti, piano piano, è iniziata una sorta di epurazione, ma in quel caso sono subentrati altri fattori come gli stranieri e i forti capitali che hanno dato la possibilità di vedere nella Capitale campioni come Veron, Signori, Salas, Crespo e via dicendo. E nonostante questo, proprio in quegli anni, entrarono in squadra due talenti come Di Vaio e soprattutto Nesta. L’ultimo grande campione e capitano. Poi c’è stata la crisi e l’avvento di Lotito. Pensare che il patron aveva cominciato esaltando i tifosi, riportando Di Canio e tenendo Peruzzi e Muzzi. Poi però si è scivolati verso la situazione attuale, un minimo storico. Così l’ultimo rimasto è De Silvestri e la speranza è che possa fare al più presto da chioccia per Tuia, Faraoni, Mendicino, Cinelli, Mancini e tanti altri.
Fonte: Il Messaggero
