Carrizo imbattuto con la sua Argentina

Il vento della storia soffia impetuoso nelle vele dell’Argentina di Diego Maradona, che dopo i primi due positivi test in Europa riconquista fin dal debutto lo stadio Monumental: finisce 4-0, con la gente che canta il nome del commissario tecnico, si abbraccia e piange commossa sulle note di un tango che l’altoparlante spara a tutto volume. La modestia del Venezuela ha certamente una parte nell’allegra goleada che porta per almeno ventiquattr’ore la Seleccion al secondo posto del girone sudamericano di qualificazione mondiale (stasera il Brasile risponde a Quito, Ecuador); e però la nuova strepitosa partita di Leo Messi, insignito – ogni altra parola sarebbe limitativa – della maglia numero 10 dal suo legittimo proprietario, unita al comportamento generalmente all’altezza di una squadra ricca di doti, lascia pensare che la missione maradoniana abbia buone possibilità di compiersi.
Questa è un’Argentina che può vincere il Mondiale. Lo può fare perché ha la struttura della formazione da grande torneo: non impone un suo calcio perché senza Riquelme le manca l’uomo che possa svilupparlo, ma adesso la solidità del centrocampo protegge la difesa – ancora imbattuta da quando guida Diego – e allo stesso tempo innesca attaccanti che nei loro club giocano ad asfissiare gli avversari occupandone la metacampo, ma qui dimostrano di essere nati per il contropiede. Blindatura arretrata e rapidità nel rovesciare il fronte sono le qualità che ci hanno fatto vincere nel 2006; Maradona deve ancora trovare qualcosina dietro, perché Carrizo come sappiamo non è Buffon e al centro della difesa un Cannavaro formato Germania non s’inventa, ma davanti ha tanto in più rispetto a Lippi, a cominciare dal miglior giocatore del mondo.
Con tutto il rispetto per Cristiano Ronaldo, infatti, ogni volta che vediamo giocare Leo Messi restiamo basiti come – citazione per cinefili-musicofili – capitava a tutti davanti al genio di Mozart in “Amadeus”. Partito molto largo sulla destra, il nuovo numero 10 non si è impossessato subito della partita, limitandosi a scaldarla con un paio di serpentine dimostrative in attesa dell’occasione propizia. A offrirgliela è stata una grande percussione di Zanetti, che al 26’ ha tolto una palla dalle mani di Carrizo, dunque nella sua area, per partire come se avesse un appuntamento: lo strappo del capitano interista è stato irresistibile – almeno tre i venezuelani seminati per strada – e quando è arrivato sulla trequarti rivale il tocco per Tevez aveva il senso del frazionista che passa il testimone al compagno di staffetta. Tevez l’ha data a Messi, che l’ha restituita a Tevez, che l’ha ridata a Messi, che l’ha incapsulata nell’angolino lontano: ma se il doppio triangolo è stato possibile lo si deve al transporter Zanetti, perché la sua azione ha pescato finalmente fuori equilibrio una difesa venezuelana sin lì inappuntabile.
Una volta in vantaggio, l’Argentina ha passeggiato di puro talento. La struttura di cui si parlava probabilmente le impedirà di giocare un calcio continuo e divertente, ma la tecnica sublime espressa a velocità vertiginosa da Messi – e sostenuta sia pure con una marcia in meno da Tevez e Aguero – fa sì che ogni pallone lanciato in avanti diventi un’arma letale.
In apertura di ripresa Leo se n’è andato sino alla linea di fondo e di lì ha crossato per la botta vincente di Tevez; subito dopo è arrivato il classico golletto di Maxi Rodriguez, uno che c’è sempre, e più avanti pure il Kun Aguero ha trovato il sospirato modo di partecipare alla festa (mandi i fiori al portiere venezuelano Vega, un amico…). Il piccolo Benjamin, in braccio al papà e col nonno Diego in panchina, dormiva sereno già durante l’inno. Magari l’ha svegliato il ruggito del Monumental al terzo minuto di recupero, quando Messi ha saltato cinque-avversari-cinque per poi depositare il pallone un filino fuori bersaglio. Ha detto Maradona: “Se avesse fatto gol tutta la gente sarebbe dovuta uscire, pagare un secondo biglietto d’ingresso e rientrare”.

Fonte: gazzetta.it

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