Il putiferio sollevato dalle dichiarazioni rilasciate dall’allenatore della Lazio Ballardini dopo la sonante vittoria della sua squadra sul Livorno suonano secondo me a definitiva dimostrazione di due amare realtà, entrambe riguardanti il mondo dell’informazione.
La prima è che ormai non c’è più nessuno cui venga in mente di guardare la luna anziché il dito di chi la sta indicando.
Ieri giornali e radio hanno massacrato Ballardini perché ha deciso di dire certe cose senza minimamente mettersi ad analizzare se fossero fondate o infondate. No. Dopo averlo fatto a pezzi per mesi e mesi perché «non parlava», o addirittura perché era «troppo aziendalista», la prima volta che questo poveraccio – che di Roma non deve ancora aver capito proprio un bel niente – s’è azzardato ad aprire bocca e a dire cose di sostanza, l’hanno messo in croce sostenendo che doveva restarsene zitto. Intendiamoci: non sto sostenendo che Ballardini abbia fatto bene a dire quel che ha detto. Anche secondo me ha sbagliato tempi e modi del suo intervento ed ha innescato una situazione ambientale, interna ed esterna, che rischia di riflettersi molto negativamente sul cammino della sua squadra verso la salvezza. Sto dicendo che chi ha davvero a cuore le sorti della Lazio dovrebbe essere assai più preoccupato dalle cose che Ballardini ha detto che non dal fatto che le abbia dette. Perché ad essere oggettivamente agghiacciante non è tanto la maldestra incapacità del tecnico romagnolo a tenere a freno la lingua quanto il quadro da lui dipinto: il ritratto di un gruppo ormai a pezzi, dilaniato dagli egoismi, dagli interessi personali e da rivalità infantili, dove c’è chi (Zarate) pensa di potersene andare in vacanza quando gli pare, chi (Rocchi) ritiene di essere intoccabile perché unto dal Signore, chi (Diakitè) non la becca mai ma si sente Beckenbauer, e più in generale ci sono 14 giocatori che remano contro. Una situazione di cui, fra l’altro, Ballardini è probabilmente il minor responsabile, perché in realtà a distruggere lo spogliatoio sono state la disastrosa gestione di Delio Rossi dalla seconda metà del 2007 in poi e l’infondata autostima dell’accentratore Lotito. Capisco i romanisti, che sulle nostre disgrazie ci campano, ma davvero mi terrorizza il fatto che siano dei presunti laziali a ignorare come quella di Ballardini non fosse soltanto un’ammissione di incapacità ma, in primis, la denuncia dell’incancrenimento di ferite non inferte da lui le quali diventerebbero inguaribili se non curate subito con la terapia suggerita, a cominciare dall’allontanamento dei piantagrane e dall’acquisto di altri quattro elementi “vergini” (tipo Floccari). La vera malattia è questa, e solo adesso, proprio grazie allo sfogo dell’altroieri, mi rendo conto che non la risolverebbe certo la medicina che personalmente suggerivo da mesi: la cacciata di Ballardini. Anzi: adesso che gli sono spuntati i cosiddetti magari qualche reprobo lo recupera a forza di frustate. La seconda triste realtà è ancor più della prima legata alla gestione delle vicende calcistiche capitoline da parte dei media. Mercoledì, guarda caso, ero fuori Italia e le partite avevo potuto seguirle soltanto grazie al mio smartphone. Da lontano, i temi della giornata mi erano apparsi legati al mercato di gennaio in modo lampante. La Lazio fa entrare il neoacquisto Floccari e, oltre a ribaltare con i suoi gol una partita nata male, segna in una volta sola il 40% delle reti realizzate in tutto il resto del campionato. La Roma fa entrare il neoacquisto Toni e becca due pallini nel giro di pochi minuti, buttando nel cesso una vittoria ormai certa. Invece torno a casa, apro i giornali sapendo che non vi ritroverò proprio questa mia chiave di lettura dei fatti ma convinto se non altro che per la Lazio sia un giorno di festa e per la Roma una giornataccia, e che cosa ci trovo? Fango per la Lazio e solidarietà per la povera Roma, “derubata” da un arbitro che in realtà le ha regalato un rigore…E poi dice che uno fa il silenzio stampa!
Fonte: iltempo.it
