Preso dallo scoramento per risultati, gioco e contestazioni sempre più accese, preoccupato per i conti in profondo rosso e dunque intenzionato a cogliere l’offerta della cordata cinese; anzi no, ancora restio a perdere la maggioranza della sua creatura più cara, l’Ac Milan, e molto dispiaciuto all’idea di lasciare con un diavolo piccolo piccolo. Gli umori del presidente Silvio Berlusconi oscillano come un indice di Borsa. Nelle ultime ore però una volontà si è fatta strada tra i mille dubbi e le mille perplessità, in controtendenza con gli umori dei giorni precedenti: quella di lasciare per davvero. E anche di fare in fretta, perché la cordata cinese appare solida e Berlusconi vorrebbe chiudere entro il 30 maggio. Che significa, tecnicamente, firmare la trattativa in esclusiva la prossima settimana (che però non è vincolante) e arrivare a definire il contratto preliminare (vincolante eccome) appunto entro un mese. Resisterà tale e quale, questa volontà, dopo il pomeriggio di oggi, la gara con il Frosinone, i confronti tecnico/tattici con Adriano Galliani e l’allenatore Cristian Brocchi che predica un calcio «divertente» come piace a lui, l’incontro con la figlia Barbara? Nessuna certezza, ma chi ha sentito il presidente lo definisce mai così determinato a lasciare. Ed è una novità.Di certo servono una svolta e un po’ d’orgoglio. Perché questo Milan che tutti si divertono a prendere a calci va salvato. C’era una volta, almeno, un po’ di timore reverenziale: chi veniva a San Siro a giocare avvertiva una certa apprensione. Invece ora il Milan in casa non vince da tre partite (due punti) e sono i giocatori rossoneri a dover temere l’accoglienza dei propri tifosi, furiosi dopo la sconfitta a Verona («Giocare nel Milan significa sopportare San Siro», avvisa Brocchi). Nell’ultimo mese l’allenatore del Sassuolo Di Francesco ha detto «Eusebio non va dove c’è confusione», quello del Carpi ha lasciato San Siro dopo uno 0-0 stizzito perché «li abbiamo messi sotto», i piccoli azionisti fanno mettere a verbale pure gli insulti (al grottesco manca la querela per l’uso della parola «minchioni»), uno dei possibili acquirenti cinesi per smentire scherza irriverente («Ac Milan è la squadra di Milano?») e nessuno può davvero scommettere che questo Milan vincerà facile oggi pomeriggio contro il Frosinone (torna Balotelli con Bacca) e si terrà stretto il sesto posto che porta in Europa League. Servono una svolta e uno scatto d’orgoglio, per l’appunto.Alla svolta, come detto, sta lavorando un Berlusconi davvero combattuto. Per leggere il momento si possono usare le parole di Brocchi: «Nonostante tutte le grandissime critiche che gli piovono addosso, penso che neanche il mio più grande amico milanista che va in Curva da quando è nato ami il Milan quanto il presidente». Che non ha certo apprezzato la partita di Verona, anche se, fin qui, ha messo nel mirino la squadra e non l’allenatore. «È un momento difficile, è normale ci siano delle delusioni, ma i giocatori io non li tocco — continua Brocchi —. Il responsabile sono io. Mancare l’Europa League sarà un fallimento mio, dei giocatori, di tutti». Orgoglio significa anche non cambiare idea, nel modulo e negli atteggiamenti: «Oggi conta il risultato, ma gli spettatori non devono vedere una squadra chiusa dietro per ripartire. Ho il mio credo, lo porterò avanti, qui o altrove. Empoli e Sassuolo giocano un calcio di qualità senza top player, possiamo farlo anche noi. Il tempo non abbonda, ma non è una scusa». Forse sta scadendo per tutti.
