Tifosi granata e biancazzurri di Milano in trasferta all’Olimpico – Colori diversi, stessa auto: l’«l’altro» tifo dei due club

TORINO – Patti chiari: niente buonismo da accatto. Rivalità è, e rivalità resta. Niente «sciocchezze ipocrite» tipo «vinca il migliore». Qui ognuno avrebbe preferito i tre punti, anche con un rigore «rubato» all’ultimo minuto. Niente fair play da quattro soldi: «gobbi» e romanisti restano il male peggiore della terra. Ma il Lazio club Milano e il Toro club di Gigi Meroni hanno deciso di vivere così la partita di ieri tra granata e biancazzurri: viaggio insieme, pranzo, stadio, birra e ritorno. «ln amicizia, è un piccolo passo».
Piazzale dello Stadio Olimpico, Torino-Lazio appena finita, 0-0, un tramonto rosso cala da dietro le Alpi sugli ultimi tifosi rimasti in strada. Gruppo misto, sciarpe granata e sciarpe biancazzurre. Per 90 minuti hanno urlato e imprecato, ognuno nella propria curva. Sulla partita ora scherzano. Sanno che il clima tra le due tifoserie non era affatto buono, che l’affaire Rolando Bianchi (conteso tra le due squadre e infine arrivato alla Lazio) in settimana ha sparso un po’ di veleno, che l’anno scorso prima di questo stesso match s’era visto qualche coltello. «Ma le persone contano più dei colori».
Partenza da Milano alle 9, prima tappa sulla collina di Superga. Al di là delle tombe dei Savoia, c’è il museo del Mito granata. Con le scarpe di Ezio Loik, le lettere autografe di Valentino Mazzola, il contratto di Romeo Menti, che è una semplice paginetta scritta a mano sul blocchetto del Presidente Novo. Ingaggio, premi e firma del giocatore. Tutto qua. Più che un’altra epoca, rispetto ai milioni di euro e il potere dei procuratori di oggi, sembra un altro sport, un altro mondo. Nelle vetrinette si riflettono le sciarpe dei tifosi laziali che fissano i cimeli. La memoria del calcio da condividere. I torinisti ammettono che non bisogna «vivere di storia», ma avere gli avversari come ospiti li gonfia d’orgoglio. «Grazie per aver visitato Superga», dicono uscendo dal museo. Perché il cuore granata è così, caldo e sanguigno, sempre incline alla commozione anche di fronte al «nemico» che oggi viene a rendere omaggio alla leggenda del grande Torino. I due club fanno base a Milano e contano circa 200 iscritti l’uno. Romani trapiantati in Lombardia nel club della Lazio, anche se Niccolò Di Gregorio, responsabile delle trasferte è «un milanese doc». Amicizia nata in un pub sui Navigli gestito da Ivano, presidente del Toro club. Convinzione granitica: «Il calcio è fatto di antagonismi e nessuno provi a smorzarli». Ma nel loro piccolo, questi ragazzi che dopo la partita maledicono l’arbitro, i pali, e i centravanti che non la buttano dentro, sono un’avanguardia. Un esperimento. E una dimostrazione. Primo: smentiscono i luoghi comuni di censori e bacchettatori vari. Le curve «non sono solo luoghi da Belzebù». Le nuove leggi antiviolenza «rischiano di reprimere anche la parte più sana del tifo». Esempio? «Striscioni e tamburi non hanno mai ucciso nessuno, ma ora è impossibile portarli allo stadio». Il calcio si può vivere in piedi per 90 minuti, cantando a squarciagola, senza evocare immagini di violenza. Hanno anche coscienza dei propri limiti, questi due club. Sanno che in trasferta bisogna fare attenzione. Ma ancor più, condividono un messaggio che forse nei palazzi del calcio andrebbe ascoltato: «La maggior parte del popolo da stadio dovrebbe vivere la domenica così». Facendo il tragitto di ritorno Torino-Milano insieme. Ognuno con la propria sciarpa. Dopo essersene detti di tutti i colori.

Gianni Santucci

Corriere della Sera, 28 gennaio 2008

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