“Mio padre, calciatore generoso dimenticato dalla sua Lazio”

ROMA – «Ho buttato i ritagli che raccontavano della morte di mio papà e ho smesso di inseguire l’orefice che lo ha ucciso. Lui non mi ha mai cercato, io non sono riuscito a trovarlo. Ho capito, a un certo punto della mia vita, che quel modo di vivere mio padre, vivere soprattutto la sua terribile morte, mi avrebbe soffocato». Stefano Re Cecconi figlio di Luciano è tornato ad abitare a Roma. Lo ha deciso due anni fa, al trentesimo compleanno. «Volevo vivere nella città che aveva reso grande mio padre, che lo aveva amato. La sua presenza nella mia vita è ancora fortissima, ma questo cordone ombelicale non mi soffoca più, piuttosto mi fa vedere il mondo con i suoi occhi».
Chi era Luciano Re Cecconi?
«Un ragazzo della provincia milanese con una voglia di vivere più forte di lui. Era felice di fare il calciatore, ma avrebbe continuato a fare il carrozziere senza rimpianti. Io l’ho conosciuto attraverso i nastri: una chioma bionda che svolazzava sulla testa di un uomo generoso, pronto a darsi agli altri. Lo faceva in campo e il campo amplifica quello che sei».
E quello scherzo sbagliato a Collina Fleming, la revolverata?
«Avevo due anni quando successe, mia sorella sei mesi. Ho scoperto dopo e ho iniziato un lungo percorso di dolore, rabbia, voglia di giustizia. Oggi, a 32 anni, riappacificato con tutto, anche con quel ricordo, penso che ciascuno di noi si crea il proprio destino e che quella sera le coincidenze sono state troppe. Il proiettile ha rimbalzato su una costola e ha tagliato l’aorta: la morte di Luciano Re Cecconi ha a che fare con le parole fortuna e sfortuna».
Sua madre dice che Ghedin, il compagno di squadra testimone della tragedia, da allora la evita. E che di quell’imbattibile Lazio l’unico che si è fatto vivo è stato D’Amico.
«E’ così, ed è stata una sofferenza aggiuntiva. Oggi ho imparato a dare un senso anche a questo. La morte di papà è stata un dolore troppo grande per tutti, e arrivava pochi mesi dopo la scomparsa di Maestrelli, l’allenatore. Ognuno ha reagito a modo suo, Ghedin non ha avuto la maturità necessaria e quel pomeriggio è finita l’avventura di una grande squadra già in crisi».
Erano amici i calciatori della Lazio del ’74?
«Forse no. Erano grandi, giovani calciatori, magari un po’ violenti e molto innamorati di Tommaso Maestrelli, il collante della banda. Certo, colpisce che il più buono e generoso sia stato dimenticato».
Lei ha provato a seguire papà anche sul campo. Stopper nella Promozione milanese. Poi?
«Poi i campi di allenamento troppo lontani e mamma che mi chiedeva di non insistere. Ero un buon difensore, nulla di paragonabile».
Quando va all’Olimpico rivede Luciano Re Cecconi in qualche calciatore?
«Eh, lui era un precursore. Aggrediva gli spazi, tagliava il campo con i passaggi, trent’anni fa. L’ho rivisto in Nedved e ora in Behrami».
Che cosa vuole lasciarci di lui?
«Il gol che fece al Milan, all’Olimpico, al 90’. Dopo quella vittoria la Lazio inizierà la fuga che la porterà allo scudetto ’73-’74. Felice Pulici mi ha raccontato che un boato così, a Roma, non l’ha mai più sentito».

Fonte: “La Repubblica”
Autore: Corrado Zunino

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